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Galleria Scenario di sviluppo sostenibile

punta rossa dall'altoDi Salvatore Abate

Gli estensori del Piano Urbanistico, recentemente licenziato dal Consiglio Comunale, sembra che abbiano finalmente recepito un’ esigenza avvertita realmente dalla comunità isolana. Quella di considerare la riqualificazione delle strutture militari che non sono più adatte ai fini operativi della difesa, ma di valore storico, culturale e ambientale, con un approccio di tipo sistemico. Infatti, d’ora in poi, ogni progetto di ricupero, che riguardi La Maddalena o un’ altra isola dell’arcipelago, non esaminerà le singole realtà ( forti, batterie, casematte ecc.) ma sarà immesso in una sorta di circuito virtuoso, che i tecnici definiscono “scenario di sviluppo sostenibile”. Quindi, attribuendo la dovuta importanza al territorio e all’ambiente, rispettando l’identità culturale. La fruibilità dei beni riqualificati dovrà essere garantita e, se possibile, si dovrà creare anche qualche posto di lavoro. Già nel 1990, un quarto di secolo fa, presso l’Assessorato alla Cultura della Regione Autonoma della Sardegna e facendo assegnamento su fondi appositamente stanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno, si era cercato di affrontare il “tema” in questi termini e, e anche allora, si era parlato di inserimento di questo patrimonio “riconvertito” in un ambito internazionale di prestigio, accademico e scientifico, per la salvaguardia dei valori paesistici e ambientali. Questi discorsi erano stati soltanto imbastiti, senza dare loro un seguito. Nel 1994 fu istituito il Parco Nazionale, su tutto il territorio comunale, e da quel momento in poi non aveva più senso parlare di ambiente senza fare i conti con il nuovo ente nazionale. Gli esperti sostengono che quel progetto redatto venticinque anni fa, tolta la polvere che nel frattempo si è depositata sopra, può essere ancora valido. E’ vero, infatti, che solo due strutture ex militari, riadattate, sono fruibili oggi: i Colmi, che è diventato una sorta di teatro all’aperto, e Arbuticci, dove è sorto il Memoriale Giuseppe Garibaldi, inaugurato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Riadattate grazie a progetti e lavori realizzati con fondi POM e Interreg. A onor del vero, i soldi furono sufficienti anche per ristrutturare il forte San Giorgio di Santo Stefano, ma l’indecisione sulla destinazione d’uso portarono progressivamente l’immobile al degrado in cui versa attualmente. Nell’ottica di sistema è da valutare pure l’ influenza reciproca che possono avere il PUC e il piano particolareggiato del centro storico, nel cui dominio ricadranno le fortificazioni erette negli anni a cavallo tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, Balbiano, Sant’Andrea ( comunemente conosciuto come i Tozzi) e Carlo Felice, tutti collocati entro la cinta urbana, ma anche Tegge che, invece, è stato costruito a fine Ottocento. L’ amministrazione che entrerà in carica in seguito alle elezioni del prossimo mese di maggio dovrà prendere atto giocoforza dei nuovi scenari aperti con il Piano Urbanistico, e dotarsi dei mezzi necessari per definirli, senza permettere lo snaturamento delle funzioni originarie dei beni Anche per i forti attivi fino alla Seconda Guerra Mondiale, e parliamo, a titolo di esempio di Zanotto, di Pietragliaccio e di Cala Corsara, a Spargi, o di Punta Rossa e dell’Isola del Porco, a Caprera, il metodo mutuato dalla scienza dei sistemi non potrà prescindere da un’indicazione globale: il recupero dovrà avvenire attraverso i mezzi e le risorse reperite dalle amministrazioni pubbliche- non dimentichiamo che Punta Rossa, nelle mire dei signori della “cricca” ai tempi del G8 “mancato”, è già nella disponibilità della Regione- ma la gestione, in epoca di “spending review”e di scarsità di risorse da parte dello Stato , dovrà essere necessariamente privata. E’indubbio che, nel momento in cui si concederanno troppi spazi al privati, si rischierà di fare intervenire il mercato in maniera straboccante, deleteria. Differente dallo spirito con cui si era dato vita all’operazione originaria. Potrebbe essere trascurato l’aspetto culturale e non considerato lo sviluppo sostenibile. Quindi, gli enti pubblici, nel nostro caso il Comune e il Parco, per quanto sarà di loro competenza, avranno il compito di fornire indicazioni precise sulle destinazioni e sulle scelte. Gli operatori privati concorreranno a fornire i servizi e ad assicurare la gestione. In un futuro prossimo si potrà accennare anche all’ opportunità di costituire una società “mista” di trasformazione urbana, che si faccia carico dell’intero sistema, a un’interazione tra pubblico e privato da attuare. Il pubblico, da solo, non potrà mai farcela.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - foto di Antonello Sagheddu

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