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Galleria Il Presidente del Parco sui precari: «Dai sindacati auspico toni e un confronto più pacato»

bonannoCon riferimento all’articolo di stampa pubblicato questa mattina da “La Nuova Sardegna” e relativo alla posizione e alle dichiarazioni della CGIL Funzione pubblica gallurese, il Presidente del Parco Giuseppe Bonanno ritiene indispensabile fornire alcuni chiarimenti rispetto a dichiarazioni che riportano cifre inesatte e informazioni fuorvianti [1].
«Nei giorni scorsi ho tentato riportare in un alveo di correttezza istituzionale il tema del precariato presso l’Ente Parco, ma mi dispiace constatare come si preferisca invece usare toni sensazionalistici e divulgare cifre o informazioni inesatte che possono solo generare confusione e false speranze. Non vorrei pensare che si intenda diffondere ad arte un allarmismo fuori misura, quando il Parco, negli anni, non si è mai disimpegnato rispetto al tema occupazionale, garantendo identici tassi di assunzione sui progetti e programmi in essere.
Credo poi che sia profondamente sbagliato cercare di coinvolgere interlocutori di ogni tipo, come Comune e Regione, quando il quadro giuridico di riferimento affonda le proprie radici nelle varie leggi finanziarie e nei provvedimenti sulla spending review, che hanno ridotto drasticamente le figure di personale a tempo indeterminato di tutti i parchi nazionali e di molte amministrazione pubbliche. Si vorrebbe addirittura alzare il tiro parlando di stabilizzazioni, che sono contrarie a qualsiasi norma nazionale, visto che l’Ente Parco ha una dotazione organica completamente satura, negli anni tagliata fino agli attuali 12 dipendenti, e non 25 come dichiarato, visto che gli ex dipendenti base USA sono fuori organico.

Inaccettabile, per me, è però soprattutto l’ingerenza dell’organizzazione sindacale nel voler indicare le priorità del Parco e in quale modo esso debba gestire i propri fondi: secondo le idee proposte, in effetti, l’Ente finirebbe per spendere tutte le sue entrate in stipendi, con una logica assistenzialista che non porta, oramai, da nessuna parte. Le entrate raccolte dall’Ente grazie alla riscossione dei diritti d’accesso al Parco servono ad esempio, com’è noto da anni, a sviluppare progetti di educazione ambientale (una delle priorità nell’azione dei parchi), attività di ricerca e monitoraggio, a permettere interventi di tutela, ripristino e recupero ambientale, a garantire boe e cavi tarozzati, a trovare la copertura finanziaria per l’attivazione di bandi (come l’ultimo appena pubblicato) rivolti a società o giovani cooperative che sappiano operare nell’ambito dell’accoglienza e dell’informazione sulle spiagge. Tutto ciò senza considerare tutti gli altri costi che l’Ente Parco sostiene nel periodo estivo, per cui si arriva a discutere di cifre ben più esigue di quelle citate. E mi rammarico del fatto che non si voglia capire che gran parte di tali attività sparirebbe e l’Ente finirebbe per abdicare al proprio ruolo, perché non sarebbe più in grado di offrire alcun genere di servizio.

Spero che nei prossimi giorni possa esservi un confronto più pacato, ma se questo è l’approccio che si vuole mettere in campo per lo sviluppo del Parco, credo che siamo lontani anni luce dalla concezione del ruolo e delle funzioni che le aree protette hanno nel 2014, idea che è diametralmente opposta e deve mirare a fare in modo che si creino opportunità lavorative sul territorio, le quali abbiano come perno lo sviluppo sostenibile e attento alle esigenze dell’ambiente.
L’impegno della politica dovrebbe essere orientato in questa direzione, come giustamente hanno proposto Uras e De Petris, e non a creare enti ipertrofici, anche perché tutti i provvedimenti per il contenimento della spesa pubblica sono sempre andati nella direzione contraria e dubito fortemente – anche se, sia chiaro, sarei in prima linea nel valutare positivamente un aumento delle dotazioni organiche dei parchi nazionali – che possa esservi un cambiamento di rotta.
Se le forze politiche e sindacali saranno al nostro fianco per chiedere che il Parco possa essere più dinamico o meno imbrigliato dalla burocrazia, e che si possa muovere più liberamente per creare opportunità per il territorio, potremo fare un bel salto in avanti; se ciò non sarà possibile assisteremo invece al remake di vecchi film già visti il cui finale, specie in Sardegna, è tristemente noto.»

[1] Si parla, ad esempio, in modo del tutto errato, di precari “storici” come protagonisti della vertenza, «undici lavoratori a tempo indeterminato che sono stati impegnati periodicamente da uno a cinque anni», quando la situazione è completamente diversa, o del «piccolo esercito di 150 lavoratori impiegati per brevi periodi nel periodo estivo», quando tale numero non ha mai superato le 40 unità ed attualmente si assesta attorno alle 30.

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