La storia è fatta di cicli. Di corsi e di ricorsi. Quello del collegamento fisso con la terraferma ne è un esempio classico. L’apertura nei confronti del mondo è essenziale per la crescita di una comunità. Ne siamo convinti ora. Lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. Ci lascia perplessi il fatto che in questo momento particolare il tema ritorni, a nostro avviso forzatamente e capziosamente, di attualità. Credo che non sia opportuno, adesso, come nell’immediato secondo dopoguerra- i due periodi storici tristemente si somigliano- affrontarlo come una “conditio sine qua non”. Il disagio economico, ora, non ce lo permetterebbe. Un sano protezionismo, per i nostri imprenditori in brache di tela, al contrario, non guasterebbe. Sarebbe una panacea temporanea al male che soffriamo. Quando i tempi saranno migliori, e le vacche un poco più cicciute, si potrebbe riparlare, in maniera seria, di ponte o di tunnel.
Per chi ama la storia riporto un passo del saggio “Il pane del Governo”, scritto da Franco Nardini e da me, ormai qualche anno fa.
Si parla di quando, per la prima volta, il dottor Aldo Chirico affrontò l’argomento.
“L’11 maggio 1956 sul quotidiano di Sassari “La Nuova Sardegna”, fu pubblicato un articolo – di autore anonimo- tedioso e strutturato in maniera tale da non nascondere l’intento di voler persuadere l’incauto lettore dell’ineluttabile necessità di progettare e di costruire una diga ponte che avesse collegato l’arcipelago alla terraferma, pena l’isolamento perpetuo e l’impossibilità di avviare quel processo di riqualificazione economica che era vitale per una comunità abbattuta dai lunghi e dolorosi anni di guerra.
Quasi a voler far passare il contingente, a cui si attribuiva il triste significato di pane e di lavoro, come un dettaglio trascurabile, mentre tutto si sarebbe potuto risolvere con la realizzazione di un’opera grandiosa e da “esposizione universale”, che avrebbe richiesto un dispendio importante di risorse pubbliche. Una speranza assurda, per le condizioni in cui versava la città in quel periodo, che nutrirono, per tanto tempo il medico Aldo Chirico e tutti quelli che lo seguirono nella sua battaglia. Per giunta, l’idea fu riproposta cogliendo al balzo la palla figurata nel progetto della diga del Liscia. Quali effetti immediati quest’impresa altamente innovativa, mirata a risolvere in via definitiva il problema dell’approvvigionamento idrico in Gallura, avrebbe potuto produrre sulla sorte futura del congiungimento Santo Stefano- Palau? Si chiedeva l’estensore del pezzo. “La risposta non può essere che una sola e immediata: la valorizzazione e la bonifica del territorio compreso entro l’area a valle della diga comporterebbe il naturale ed ovvio incanalamento dei prodotti della zona verso La Maddalena, città che dovrà assumere in un futuro non troppo lontano un ruolo preminente nell’economia della bassa Gallura”.Vi era una buona dose d’ottimismo e, diciamo anche di velleitarismo, in questi concetti, espressi in maniera diretta, veloce e appassionata. Si poteva anche far credere che alla gente dell’arcipelago fosse bastata l’apertura verso il mondo esterno, verso tutto ciò che esisteva oltre “mezzo passo”, per essere all’avanguardia, per aggredire la modernità e per fondare un’economia che avrebbe portato alla ricchezza diffusa”







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