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Galleria L’arcipelago che vorrei

ronchi lucaDi Luca Ronchi

L’arcipelago che vorrei non è così diverso da quello che ho la fortuna di abitare. Anzi, diciamo che se questo arcipelago diventasse molto diverso da come è, ci rimarrei male, perché sono quarantasei anni che faccio carte false per vivere qui e da nessun altra parte. Qui. Perché le cose più importanti che servono per una vita di qualità sono già tutte qui, tra queste isole.
Però qualcosa si potrebbe migliorare, diciamo. E non riguarda il paesaggio. Dovendo proprio, inizierei a cambiare qualcosa dal vocabolario. Ad esempio, visto che è quasi in estinzione rispetto a qualche anno fa, abolirei definitivamente il modo di dire “in Sardegna”. Perché noi in Sardegna ci siamo, e non abbiamo nessuna possibilità, per fortuna, di cambiare questa cosa.
Un’altra cosa che cambierei è la paura del mare. Sembra così, ma noi maddalenini, del mare, un po’ abbiamo paura, più di quanta ne abbiano i nostri vicini. Non ci credete? Contate quanti diving, quante barche da pesca professionale, quante scuole di surf e di vela esistono fuori, e poi ne riparliamo. Che noi il mare ce l’abbiamo nelle ossa come nessun altro, questo è un altro discorso. Ciò non toglie che questo legame profondo col mare noi non siamo ancora riusciti a trasformarlo in una vocazione, in un destino.
Un’altra cosa che vorrei, se proprio dovessi ritoccare questo arcipelago, è la faccia di certe persone quando pronunci la parola “posidonia”. Ecco, vorrei un Arcipelago in cui si pensa al mare come al nostro territorio liquido, e si pensa alla posidonia come si pensa ai pini di Caprera o ai corbezzoli di Spargi o agli ajacci di Budelli. Quelle isole, senza quegli alberi, non sarebbero quello che sono. Il mare, senza la posidonia, è la stessa cosa di Spargi senza corbezzoli o Caprera senza pini. E non per una questione estetica, ma ecologica: certe cose esistono perché ne esistono altre. Se esiste la posidonia, esistono le spiagge e se esistono le spiagge, esiste il turismo; semplice.
Un’altra cosa che cambierei, nell’Arcipelago che vorrei, è l’idea che da una parte ci sono i politici e dall’altra ci sono i maddalenini. Questa idea, oltre che falsa, è pericolosa. È falsa perché i politici sono maddalenini che prima non facevano politica, poi hanno deciso di provarci per cinque o dieci anni, e alla fine tornano a fare i maddalenini. Oltre che falsa, l’idea è pericolosa perché porta a pensare che il cattivo sia Birardi, poi il cattivo diventa Rosanna Giudice, poi Angelo Comiti, poi Montella e così all’infinito. Non è così, credetemi. Amministrare un comune è un manicomio. Amministrare un comune isolano è un doppio manicomio. Non ci sono geni (che se ci fossero ce ne saremmo accorti da tempo) e non ci sono farabutti: ci sono cittadini che ci provano, che fanno fatica a tenere insieme le cose, e che alla fine prendono più pesci in faccia che altro. Nell’arcipelago che vorrei arriva il momento in cui si spinge tutti nella stessa direzione. Se questa cosa la facessimo da sempre, a quest’ora qualche passo avanti lo avremmo fatto. Ricordiamoci che il parcheggio sotto l’opera pia è stato fermo più di un anno a causa di un “dispetto” (se un incendio può chiamarsi dispetto) e che il parco giochi di Padule è rimasto chiuso inutilmente per un altro anno per lo stesso motivo.
Nell’Arcipelago che vorrei, nessuno avrebbe paura di guardare un dato e di rifletterci su: dal 1951 al 2014 la popolazione di Arzachena è passata da 4.200 a 13.500 abitanti, Santa Teresa da 2.700 a 5.200, Palau da 1.700 a 4.200, Olbia da 14.000 a 58.000, La Maddalena da 10.000 a 11.000. Se qualcosa non vi torna in questi dati, rileggeteli un paio di volte.
Sempre nell’Arcipelago che vorrei nessuno avrebbe difficoltà a dire che se non ci fosse stata la Marina Militare, probabilmente La Maddalena non sarebbe mai nata o avrebbe 1000 abitanti oppure chi lo sa. E in ogni caso la Marina c’è stata, e la nostra storia è questa, non un’altra.
Nell’arcipelago che vorrei, la gente avrebbe la saggezza necessaria per capire quando è il momento di guardare la luna e quando è il momento di guardare il dito, perché non è vero, come dice il saggio, che chi guarda il dito è uno stolto. Solo che bisogna imparare a guardare entrambi.
Nell’arcipelago che vorrei, infine, ci sarebbe più gusto a guardare avanti piuttosto che indietro, fuori piuttosto che dentro, lontano piuttosto che intorno al proprio ombelico.

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